Sul concetto di “verità”

Il concetto greco di “verità” come “svelamento”, o processo di “togliere dall’oblio”, verrebbe oggi considerato complottista (o di destra, come Heidegger che ci fece sopra un ragionamento). Un altro termine per “verità” usato per esempio in Esiodo (Le opere e i giorni), assegnava alla verità la prerogativa di essere “corrispondente ai fatti”, congrua con essi. Ci fu poi un periodo in cui valeva il “principio di autorità” (ipse dixit), che misurava la verità con il criterio del prestigio culturale e sociale di chi pronunciava le affermazioni che si volevano vere. Perlopiù si trattava di quelle di Aristotele…
E adesso? Come siamo messi? La verità è più “scientifica” o politica? Il Principio di falsificabilità che fine ha fatto? Criticato anche quello… E poi, applicabile al dibattito contemporaneo?
Oggi forse potremmo parlare di verità legata alle narrazioni, cioè agli immaginari preponderanti. Principi cardine delle narrazioni sono la “narrabilità” (cioè la facilità, la suggestione insita, la presenza di personaggi) e la possibilità di diffusione e moltiplicazione (viralità). Una verità di quantità, di massa.

(Commento da post FB: Ivan Donadello Riflessione interessante! Mi viene in mente l’algoritmo (PageRank) che usa Google per darci i risultati delle nostre ricerche. Le prime pagine fornite sono quelle più attendibili, quello che diremmo più veritiere. E come viene calcolata la loro attendibilità? Semplicemente se tante altre pagine web hanno un link alle prime pagine mostrate. Una verità di quantità, di massa.)

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