Vai al contenuto

Un pezzo

Scritto da:

mokanautilus

Un giorno mi cerchi, mi telefoni, il giorno seguente mi dici basta, devi pensare alla tua famiglia, poi torni, mi cerchi, io mi apro di nuovo, tu invece ci ripensi, vuoi una pausa di riflessione. Mi dici che è come una pausa musicale, la senti l’ironia? Una “pausa musicale”, ti rendi conto? Mi fai uscire di testa, disse alzando la voce. Ti prego, sussurrai. E di cosa hai paura? Tanto te ne vai da qui, no? Cosa te ne frega? Non hai deciso che torni con il tuo maritino? I soldi, certo! Altro che i figli! La famigliola felice! Il santo matrimonio! Cercavo di toccare il suo braccio, ma lui si allontanava, avevo paura che continuasse a urlare. Come quelle coppie che litigano per strada, urlano lungo la via, straniati, come fosse la loro stanza da letto. Mi fai uscire di testa! urlò. È colpa tua. Dei tuoi giochetti… mi fai impazzire… come sei pazza tu! Lo avevo reso cattivo. Dal fondo del corridoio giunse il ritmo martellante di tacchi della segretaria. I suoi occhiali da diva di Hollywood, la minigonna sopra i leggings flosci. Un leggero rallentamento nel ritmo segnalò che ci aveva individuati. Ci superò come niente fosse e proseguì accennando un tiepido saluto, noi entrambi meccanici. Quando fu lontana, Ivan si colpì la testa con un pugno. Cosa stiamo facendo, disse. Aveva gli occhi gonfi, d’un tratto brutti. Lo accarezzai sulla guancia. Lo avevo reso brutto io, invece avrei potuto renderlo bello, o lascialo com’era. Siamo uguali noi due, disse rabbioso. Due merde. Non riusciamo a decidere mai niente una volta per tutte. Non riusciamo ad attraversare nessun ponte, non riusciamo ad andare fino in fondo a niente.

 

Passeggiata nella notte

Articolo precedente

Gli acquerelli di oggi

Articolo successivo

Due letture delle bozze - "Passeggiata nella notte"

Unisciti alla discussione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *