Abbiamo sempre vissuto nel castello

copertina Shirley Jackson "Abbiamo sempre vissuto nel castello"

Elena R. Marino

Due sorelle si coalizzano contro il mondo esterno, sullo sfondo dell’assassinio di quasi tutti i membri della loro famiglia, per il quale una delle due ha subito processo, ma è stata assolta. La scrittura della Jackson suscita l’adesione intima e originaria a quella fase dell’infanzia che detiene una presa magica sul mondo, e quindi alla strana alleanza fra le due sorelle, tanto da far sorvolare sulle cause dell’assassinio. Queste, infine, sono solo di ordine fantastico, neppure psicologico. Ogni bambino le capirebbe, e per comprenderle anche un adulto deve ritrovare in sé il senso arcaico e infantile della “giustizia” come vendetta.
Una “scrittura del mistero” che tende al mitologico, all’archetipico: la ripetizione, la magia delle parole, i rituali, le pratiche di difesa, la cattiveria gratuita degli “altri”, la diffidenza verso tutto ciò che estraneo… alcune scene conservano un vago sentore di fiaba nera, pur infarcite di dettagli di oggetti e manie realistiche o caricaturali.

Dialoghi e pensieri che sorprendono per le fessure che aprono, improvvise, nelle usuali consequenzialità, liberando il lato eccentrico e rendendo la scrittura interessante, il romanzo apprezzabile per lo stile, oltre che per la trama.
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Shirley Jackson, “Abbiamo sempre vissuto nel castello”, ed. it. Milano 2009, trad. Monica Pareschi – p. 80:
«Avevo tre parole magiche,» dissi col maglione in mano «MELODIA GLUCESTER PEGASO, e siamo state al sicuro finché qualcuno non le ha pronunciate ad alta voce».
«Merricat» disse Constance, voltandosi a guardarmi con un sorriso. «È nostro cugino, nostro cugino Charles Blackwood. L’ho riconosciuto subito; assomiglia a papà».
«Allora, Mary» disse lui alzandosi. Adesso che era dentro era più alto, e man mano che si avvicinava diventava sempre più grosso. «Lo dai un bacio al cugino Charles?».
Alle sue spalle la porta della cucina era spalancata sul giardino; era il primo che fosse mai entrato di lì ed era stata Constance a farlo entrare. Constance si alzò; non si azzardò a toccarmi ma disse con tenerezza «Merricat, Merricat» e mi tese le braccia. Mi sentivo stringere in una morsa, soffocavo, e dovetti fuggire. Gettai a terra il maglione, infilai la porta e come sempre mi diressi verso il ruscello.

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