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Attendere

…o attendere, ti componi d’attesa attendi
senza fondo deraglia lo spalanchìo del verrà
ci sarà farà, questo futuro che s’ingorga
dentro gola umana mischiato a gorgoglii
tutto un vorticare rumoroso di mancanze assenze vuoti
da riempire
o attendere
(la pancia vuole!)
che smuore il vuoto lo sai il non più il non ancora
il forse che ti mette a cuccia, abbaia cane! al passare
che forse il forse sarà e tu
ebete saggio peloso faggio eterno miraggio
flagelli l’azzurro di spostamenti
tessere, incastri di tempi, immaginazioni
farneticazioni e oni e oni e oni ed eoni
e aspetta, un po’ di pazienza, senza lenza lenza lenza
nessun pesce e l’acqua scorre orre orre
e attendere qui con pastelli ai cancelli attendere
nel disegnetto del futuro, dentro lo scarabocchio occhio occhio
tu attendi attendi attendi (che prendi, intanto?)
un dì un dì un dì.

Barbagli e sbadigli

Barbagli e sbadigli e tremule chiese d’organza evocate
per battiti e scoppi di sillabe e nenie d’infanzia.
Figurine e trippe e talpe e merda e finezze e pance
e monnezza e profonda ignoranza
scafandri sul fondo e tempesta che squassa
e spazza le piazze.
Scoppi, giardini, marmi macchiati, preservativi
e sudore e odore e bagliore e immobili categorie che da tempo
né forma né ombra
c’imbragano sullo spalanco del niente
là sotto il lago risplende in cartolina di mente
là sotto i nostri tristi aggrinziti soli d’oriente a sorgere
ancora e ancora, casto carillon
mobile svedese prefabbricato
limite ben tracciato a terra, civile, sul pavimento,
perché le due file non si confondano
né i cani mai possano accedere all’area
a noi riservata
a noi i falsari di suoni, a noi.

Vegetazione

A voi mi rivolgo che niente siete
che sete nutrite di luce e di acqua, che ambite
a nutrimenti terrestri ma non sillabate cristalli
di volontà
allungando le dita sulla schiena del tempo
tamburellando la noia che rugge, l’altra mano
protesa a spezzare l’infanzia e le antenne
e le elitre
e un mite bisbiglio in un fuoco d’orbita ordite
che noi non udiamo
noi che in bagliori saldiamo il ferro al ferro
e sgretoliamo la carne.
A voi annuire, sfiorire, sfiorare in goccia
d’assenza la vostra viriditas che abbiamo
spiato nei nostri terrori, più viva, meno viva, una foglia
appena, una gemma, noi che così
rossi siamo di sangue e grondiamo
su terra, nutriamo
di nostra sostanza veleno, di noi
che ci zittite
nell’ombra dei giardini senza che più
per voi, che amiamo, che finalmente
parole.

Se la salita è neve, o lieve

Se la salita è neve, o lieve
se alzarsi e camminare è l’angolo del giorno
ancora illuminato, la luce che sale
se il tempo non pesa non frena e non frana sopra
il fragile respirare
se salire è ampliare, dilatare il cielo panno, il cielo
palloncino, se questa gomma, questa ritenzione
di liquidi d’esistenza, questo insistere sull’esserci quando
si potrebbe altrettanto essere altrove
questo ovunque che formicola in testa
questo cedere, crollare, e ancora alzarsi
un pezzo alla volta, minimo, prima una falange
poi un’altra, in successione, poi il gomito
infine l’aria ci aggancia, l’aria…

Memo: per una filosofia del parco divertimenti

Quand’è che siamo passati dagli spettacoli come visione agli spettacoli come parco giochi? Lo statuto filosofico del parco giochi deve essere esaminato, o c’è già vasta bibliografia sull’argomento? (che io, purtroppo non trovo).

Sotto le finestre

Schiuma la notte sotto le finestre con questi giochi di bambini urlati nel buio, i nomi chiamati, uno per uno, il mi trovi e dove sei, e dov’è Jenny, e la marea risucchia e torna –– delle loro voci –, tintinnano a grappolo come i passeri al mattino sul balcone, e nel respiro un’accoglienza, una placida pigrizia d’ascolto, placato il mondo.

Convenzionalità e finzione

Non rientrava nella convenzionalità della tragedia greca (nelle sue possibilità tecniche e nei suoi limiti di immedesimazione rituale del pubblico) l’azione violenta. Per questo sarebbe stata percepita come eccessiva finzione, finzione oscena, quindi vi si alludeva soltanto, e la si rimandava a un accadimento fuori scena.

Il non-umano in Flaubert

In “L’educazione sentimentale” più che in “Madame Bovary” la modernità assoluta di Flaubert si rivela nello scegliere come vero protagonista lo sfondo e non i personaggi. Il lento fiume tranquillo della natura tutta, come mondo altro e prioritario rispetto alle vicende umane, è il vero protagonista nobile, di contro alla ridicolaggine dei drammi umani, che contengono sempre e inevitabilmente una parte di bêtise.

Il pezzo stupendo del libro, vero centro di gravità, è la descrizione del periodo di vacanza in mezzo alla natura che si prendono Frédéric e Rosanette per celebrare il loro “amore”.

In realtà si tratta poco più di attrazione sessuale (di amore fra loro due ce n’è ben poco), ma l’accordo improvviso e perfetto nel non diventare l’uno per l’altra il centro di attenzione, rivolgendo invece la completa apertura di cuore alla scoperta del paesaggio naturale con le sue grazie e terrori (la loro fuga di fronte a un paesaggio pietrificato), è un passaggio edenico che, benché fuggevole, sembra riportare gli esseri umani a una possibile felicità, dimentichi di se stessi e del loro eterno rimasticare la medesima minuscola noiosa trama d’amore umano.

Retorica di posizione

I giochi non sono altro che settaggi di modalità della nostra esperienza

Cibo cibo cibo
Cibo cibo cibo, non sai parlare d’altro!
Non sai non sai non sai che il cibo
altro altro altro non è che altro cibo
parlare parlare parlare non sai
che che che altro cibo
!!! non sai

(#iterazione)
***

Non bisogna parlare
Non bisogna parlare di sé non bisogna
di sé dire i fatti segreti di sé
svelare dati sensibili la propria sensibilità svelare
buona regola è non dare adito a buona regola
è che tutto questo è molto difficile è
che a volte hai voglia di dire tutto ma proprio tutto che
esplosione ti immagini che esplosione
forse non si tratta di dire ma di distruggere forse
tutti siamo soltanto belve, mostri siamo tutti
tu però parla per te soltanto per te parla tu.

(#epanadiplosi)
***

Perché i calciatori
Perché i calciatori accidenti se li pagano
e gli uccelli volano il cielo li spazza via
le nuvole che ampie è il bambino che le legge
perché questo signore, Dio gli ha toccato il cuore
e se toccava te, Dio poteva decidere
ma la speranza non gliela insegna mica la gente ai bambini
sopra il muretto il cane trovano le vie di fuga in tanti
l’insieme dei barbagli il sole li crea con uno sputo
perché questa saliva, il tempo l’ha sputata
ecco che il mondo, Dio gli ha dato una spinta
e i calciatori accidenti se li pagano.

(#anacoluto)
***

Tristezza con maniglia

La mia tristezza ha una forma quadrata
può facilmente essere trasportata
qui e là, ma in genere
è poco interessante
la tristezza degli altri
perciò la tengo in disparte
talvolta mi ci siedo sopra
ad ascoltare la tua
faccio finta di niente
e intanto
giocherello con la maniglia
dell’apertura segreta.
Ma è piombata.
L’apertura segreta, pur
manigliata.